| Negli anni trionfali del nostro Novecento pittorico, tentare un’interpretazione psicologica dell’arte figurativa era considerato un atto blasfemo, un’iconoclastia dei valori pittorici assoluti: art pour l’art. Poi il tempo è passato trovando o rinnovando altre prospettive. Così negli anni Ottanta al Palais de Conti a Parigi si è potuta visitare una mostra del Settecento francese e leggere sotto ciascun quadro il commento di Denis Diderot tratto dai suoi celebri resoconti dei Salons parigini dove la folgorazione critica comprendeva puntualmente i caratteri psicologici delle figure ritratte. En passant ricordiamo che meno di un secolo prima erano apparsi i memorabili “Caratteri” di La Bruyère. Quella mostra fu per me una rivelazione e i testi di Diderot un metodo fondamentale per affrontare non solo il Settecento ma anche tanta parte della pittura moderna da Bacon a Freud, risalendo magari su, verso Gericault e i suoi ritratti “psichiatrici”. Paolo Del Giudice, nato pittore nell’urbs picta di Treviso, ama romanzieri e poeti e mentre legge le loro opere studia a fondo i tratti fisionomici, ovvero il carattere dei loro autori e attraverso i documenti fotografici ne ricava dei ritratti concepiti non come semplici omaggi, ma come un’intima partecipazione all’opera che l’ha incantato. A Pasolini ha dedicato diciassette anni di lavoro con decine di ritratti. Non si è trattato quindi di un incontro felicemente casuale o rigorosamente selettivo nella propria unicità come per altri scrittori, ma di un rapporto intenso e oserei dire ossessivo. C’è da chiedersi perché; cos’è che ha spinto Del Giudice a leggere e rileggere i tratti fisionomici di Pasolini, cioè di un uomo finito in tragedia, ma con un lascito di pensieri che continuano a commuovere e a sconvolgere. Del Giudice forse ha voluto seguire la via dell’identificazione o dell’emulazione o dell’ossessione di un oggetto e quindi della sua necessaria distruzione. O non avrà voluto tormentarci con le riapparizioni di un Pasolini dall’Al di là ignoto? Con tutto il carico di invettive lanciato da lui profeticamente contro il Tempo in cui viviamo? Del Giudice è troppo giovane per aver conosciuto Pasolini. Quindi si è fatto passare per le mani centinaia di fotografie che lo ritraggono. Non le ha gettate a terra e calpestate come faceva Bacon con le foto dell’Innocenzo X di Velàzquez. Le ha tenute vicino a sé con l’ansia di decifrarle, scontornandole sullo sfondo dell’opera pasoliniana, cercando un rapporto dialettico tra sé e quell’opera. Del Giudice è veneto; dietro a lui ci sono grandissimi pittori che senza drammatizzare l’esistenza hanno saputo raccontarla con le pure essenze della luce e del colore. Nello splendore coloristico del Veneto si muove anche Del Giudice; anche se vuole castigare ogni effetto di squisitezza, il suo pennello scopre a ogni centimetro una più segreta bellezza del colore. Con una visione certamente drammatica ma non tragica o senza via d’uscita. Nei suoi ritratti non ha rappresentato l’atroce solitudine di un Genet nel quadro di Bacon. È il Pasolini che noi abbiamo amato che ci viene incontro, tranne forse in un quadro che non avendo titolo si può definire come ritratto color petrolio (con un richiamo all’enigmatico “Petrolio” pasoliniano) dove il soggetto è rappresentato attraverso un solo occhio, in cui si affollano forse apocalittiche visioni. Gli altri quadri seguono l’antico schema della conoscenza attraverso il tempo. C’è un Pasolini giovinetto di un tenue ma anche acre color rosa; c’è un Pasolini occhialuto intellettuale; e c’è la smorfia di Pasolini fatta di rifiuto, delusione, rabbia. Sono questi ultimi quadri ottenuti a campiture forti, quasi con interventi gestuali del colore. Credo che Del Giudice non si sia proposto una iconostasi pasoliniana, quanto una ricerca di se stesso: una sorta di angosciosa attesa del proprio futuro, fino a spingersi al limitare di quel vuoto assoluto in cui Pasolini è tragicamente sparito. Ma Pasolini non è precipitato in un abisso di silenzio e le opere sue che rimangono sono state a lungo meditate da Del Giudice per cercare ciò che di esse dura ancora dentro di noi. |
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