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NEL RITRATTO SI ATTUA IL SORTILEGIO - FILIPPO TREVISANI
Paolo Del Giudice con lo strumento del proprio lavoro, il pennello, colpisce le cose, gli uomini, la natura stessa per rimuovere quello che impedisce al suo sguardo di scoprire ciò che resterà quando sarà cancellato ogni falso aspetto.

Lo scavo che l’artista esegue riporta alla luce quel luogo segreto a partire dal quale sarebbe stata possibile un’avventura umana del tutto diversa, un’esperienza più costruttiva, di più alto signi-ficato morale. Sta in ciò il senso misterioso che la sua pittura scopre nelle cose, un qualcosa di singolare, decisivo che, però, deve essere scovato, disseppellito perché accuratamente nascosto. La pittura di Paolo Del Giudice, anziché interpretare, forzare le apparenze visibili, risulta impegnata a disfarsene.

Nel ritratto si attua il sortilegio.

Dipinto nel 1990, Borges in piedi, occultato da un obnubilamento celeste che accade sulla sua figura, appena retta dal bastone, è colto al di là del nostro mondo delle apparenze, per scoprire il sembiante di un Tiresia contemporaneo: dalla scrittura del romanziere, l’artista sembra aver prelevato l’essenza: il segno fluido e vago nel quale si attua il passaggio dalla sfera divina a quella umana, la chiarezza del presagio oscuro, la natura stessa del veggente, glorificati nello smorto colore violaceo della sua sagoma, che il pennello ha carpito dal colore delle nuvole. Il ritratto in piedi di Borges è una apparizione che mi obbliga a sprofondare nei millenni del mito greco; suscita sensazioni che sembrano stare in fondo al tempo ed esse non smettono di venire avanti e ritrarsi in un moto basculante, emanazione dell’effige magnetica la cui immobilità incute paura.

Qualcosa di mostruoso sembra sia diventato Duchamp in un altro memorabile ritratto eseguito nel 1989. Il processo surrealista sembra abbia agito su quell’effige per determinarne la metamorfosi; ma essa è il risultato piuttosto della pittura la cui forza ne ha combinato l’inusitato sembiante. Infatti nel mirabile nuovo che mostra, il volto non ha perduto la sua primigenia connotazione (sempre Duchamp è riconoscibile nella testa immaginata come fosse una silhouette) sebbene, adesso, il suo profilo viva di un’arcana sostanza di nebbia grigio-azzurra sulla cui soffice, ottusa superficie sboccia, unico elemento di spicco, attraente, l’orecchio, gioiello modellato dalla mano più sottile, sembrerebbe, con una creta lunare.

Le cose, gli uomini, gli oggetti d’uso come quelli obsoleti che tuttavia si ostinano a circondare, numerosi, la nostra vita contemporanea, persino la natura nei frammenti di paesaggio colti con un colpo d’occhio dal pittore, sono soggetti individuati che vengono ghermiti impietosamente. Essi sono trascinati sul piano inclinato di una pittura che li deforma quel tanto per farli uscire da se stessi senza che l’artista annienti, però, ciò che rimane di loro: ritagli, frammenti, cascami.

Dal 1988, Paolo Del Giudice ha cominciato a lavorare e a produrre ritratti dedicati alla persona, al volto di Pier Paolo Pasolini.

L’archivista di un’emeroteca, un filologo, un entomologo addirittura, forse potrebbero con sicuro, scontato successo rintracciare ed identificare le fotografie, le pagine di giornali e riviste da cui quelle memorabili immagini dipinte sembrano aver trovato il loro fatale e segreto abbrivo. Ma dalla pittura più identificata del nostro tempo, De Kooning, Afro soprattutto, Paolo Del Giudice ha evinto un principio dissociativo.

Quel repertorio disparato di effigi pasoliniane di volta in volta legate alla cronaca giornalistica che ha seguito e fotografato la vicenda umana dello scrittore, del polemista, del poeta, del cineasta, ritagliato da Paolo Del Giudice e ricondotto ad oggetto ben definito, irrefutabile e documentario, spinto a ciò da una singolare ossessione collezionistica, è stato sparpagliato, disperso come una gran ventata disperde il mucchio di foglie morte. E’ mero stimolo l’effige giornalistica di Pier Paolo Pasolini e, più genericamente, la sua fotografia risulta identificabile nell’oggetto prescelto della pittura su cui il turbine tranquillo suscitato dal fare dell’artista agisce nel modo più drastico.

Non un elemento surrealista passa nella pittura, ma, molto più sostanziosamente, la manipolazione operata da un’energia che non è espressionista né comparabile a niente altro che alla follia, ad una sorta di truculenza squisita di Paolo Del Giudice il quale, con il suo gesto in transito sulla tela, garantisce in controluce la spontaneità del colpo di pennello, incancellabile, irripetibile, come quello inferto dalla pittura Zen, il solo che possa restituire, di Pier Paolo, l’anima.

Certo, di ritratti si ragiona; di immagini immediatamente riconoscibili, identificabili come può esserlo il volto di Pier Paolo Pasolini. Ma essi, eseguiti con i mezzi esclusivi e apparentemente limitati della pittura, risultano essere più astratti di un cielo attraversato dalle nuvole, aerato dalla luce, dal movimento degli astri. Il titolo di Pasolini, per quei ritratti, può essere comparabile ai titoli poetici ed immotivati con i quali Afro dotava i suoi dipinti per renderli, forse, ingannevolmente più frequentabili.

La pittura di Paolo Del Giudice è autonoma fin dal suo inizio. Infatti le sue prime opere appaiono già “di una maniera, di una tavolozza che ipotecano il futuro di un pittore senza gli stupidi mutamenti dei dilettanti”, secondo una lapidaria notazione che, indirizzata alle sortite pittoriche di Pier Paolo nei remoti anni ’40 da Nico Naldini, adesso, per la sua involontaria aura storica, può essere applicata anche alla pittura di Del Giudice.

Eventi senza ritorno sono le pennellate della sua pittura; colpendo gli oggetti, anche i più umili, i più dimessi, esse li avvolgono, li consumano per ricomporli trasfigurati dalla luce del colore. Andrea Zanzotto sottopone la parola ad una simile, amorosa violenza che, facendole abbandonare l’usuale involucro vocale, la estolle al diapason dell’espressione poetica.

Una lezione viene fuori da questi ritratti di Pier Paolo Pasolini. Essi non sono qualcosa di immemoriale perché riconducibili soltanto alla idoleggiata soggettività del loro autore; si nutrono, invece, segretamente e senza parere, della più pura tradizione italiana che, seguendo spunti misteriosi, si manifesta a volte e quando ciò accade l’evento si esprime con la nettezza disarmante di una apparizione celeste.

Inclinata lievemente la faccia per lasciare appena trasparire un moto d’assenso, adesso compare la madre di Pier Paolo, Susanna. Per l’osservatore stupito che l’ammira, a causa della luce che sembra emanare, essendo il volto tutto bianco, ella sembra di colpo essere tornata in vita. In quell’atto più che d’assenso, di giustificazione, si direbbe, forse un tratto caratteristico dell’effigiata, comprensibile soltanto per coloro che la conobbero, l’artista ha finito per fissare l’atteggiarsi che si vuole allusivo di una madre; ha ottenuto, soprattutto, di fissare il manifestarsi del sorriso, affidando quel momento opportuno, del tutto inventato, lì per dissolversi, al pigmento bianco la cui magia il pittore sembra aver estratto, recuperando la sapienza racchiusa nella tecnica della carta tinta.