Cose abitate – Isabella Panfido

“Un pezzo alla volta incominciando dai dettagli, solo cose accessorie, orpelli, strati calcarei di accumulo nei cassetti delle cose, una dentro all’altra, aprire ancora, più dentro entrare e sapere con le mani che fremono, temono, prima di scoperchiare, dissigillare, sapere che farà male, che l’ologramma di qualcosa, un tempo, un’ora, un odore conservato, chi, un luogo, qualcosa farà male, per quella dolente riprova di rivedersi innocenti, prima dello sfregio o forse solo prima di perdere quel filo sottile che esce dal cuore, quel gomitolo in dotazione, gomitolo di attesa di gioia, di luce. Quel filo che ci tiene legati alla promessa. “

Riporto queste righe che aprono una breve sezione inedita di un mio libro che verrà, che è già compiuto ma non ancora licenziato. Quella sezione si intitola ‘Cose abitate’ e quando il mio caro amico Paolo del Giudice mi coinvolse nella ricerca di un titolo per questa sua esposizione del 2023, era a quello che pensavo. Poi l’illuminazione lo colse in fretta: ‘Genius loci’. Perfetto così, e il mio ‘Cose abitate’ resta per me.

Genius loci va bene. Afferisce a un ambito più vasto, certamente meno quotidiano: quello spirito che aleggia in un luogo – artificiale o naturale che sia –  dal quale origina una unità misteriosa, una sorta di autorialità immateriale, generatrice e normatrice. 

E il pittore in tutta la sua lunga storia, davvero è colto da una possessione che lo costringe quasi a sviscerare un tempo, entrando fisicamente e psicologicamente nel luogo che lo chiama. Restano a noi quelle visioni, selezionate, ma frutto di decine di bozzetti, veloci, spesso monocromi su piccole tavole rettangolari, su cartoni. Le sue pennellate franche di esitazione, come se quel genius gli movesse la mano fino a esaurire – ma ancora dopo decenni ritorna sui luoghi – tutta la carica emotiva del sito.

Gli anni magnifici e definitivi per l’evoluzione della sua arte, a metà degli Ottanta del secolo scorso, sono quelli della scoperta delle fabbriche abbandonate, le officine derelitte, i depositi vuoti e dimenticati. La pittura di Del Giudice si arma, contro l’abbandono, riscoprendo in esso i valori del lavoro, della fatica, dell’archivio di gesti e memorie. La ‘Buca’ di un’officina diventa allora un totem, una specie di gola dove resistono tutte le parole della vita di chi in quel luogo ha speso le ore. Il rispetto  per l’uomo si fa luogo residuale, non metafora ma spazio reale, tempio/recinto sacro di esistenze. Tutto il colore della tavolozza si riversa furibondo nella giostra degli oggetti abbandonati, per rarefarsi invece presto in quei veri e propri racconti, asciutti di gesto pittorico e di colore, dei lavabi o rubinetti, dove ci è facile vedere le mani fantasma di chi li utilizzava dopo la giornata di lavoro.

Ma di questa mostra c’è qualcosa che mi sta ancora più nel cuore.

Torniamo al titolo. Il mio. Mai suggerito, peraltro, ma in pectore vivo e pertinente: ‘Cose abitate’ resta in stretta relazione, per me essenziale e squisita, con l’anima semplice e segreta delle cose, delle case, che portano su di sé la stratificazione di gesti e sguardi, amori e morti, che le hanno  viste testimoni immutabili, che le hanno sfiorate.

Di questo parlavo nel brano su riportato, e di questo, credo, dicono le opere di Del Giudice radunate, alcune per la prima volta, nella retrospettiva nell’ex opificio di Villa dei Cedri.

Stanze attraversate più dalla memoria che da un vero e proprio atto volontario del guardare; percorsi mnestici più che visivi, composti da echi di parole, correnti d’aria del cuore, tenerezze insospettate, rigurgiti di paure. 

Dagli angoli più oscuri emergono allora presenze corporee, di materia e colore, che si depurano della gravità, perdono ogni traccia di ingombro fisico, per diventare protagoniste – e non più testimoni – di una vita andata che forse non è nemmeno più ricordo attivo – cioè richiamabile alla memoria – ma parte inscindibile della scena esistenziale, elemento strutturale di avvenimenti o di quotidianità. 

A quella parte delle opere di Del Giudice che raccontano della casa, la sua familiare di nascita e quella della casa-studio di Piazza San Vito, a quegli interni di piccola intimità, a volte gozzaniana a volte minimalista, guardo con particolare attenzione, per scoprire un aspetto meno ‘sociale’ del lavoro di Del Giudice, meno impegnato nello scavo della memoria collettiva, fatta di fabbriche dismesse, edifici abbandonati, luoghi urbani residuali. E forse meno ‘colto’ come negli svettanti interni gotici (siamo alla fase precedente all’innamoramento per il Barocco) o nelle borgesiane infilate di biblioteche, vertiginose  e vagamente inquietanti.

Qui invece, e questo mi coinvolge molto, è come scoprire una strana e originalissima autobiografia, anzi, dato che parliamo di pittura, autoritratto. 

E’ così che mi piace pensare, mentre osservo la poltroncina rosa, sola e consapevole protagonista di una deliziosa operina del 1992; adorabile ritratto di famiglia (io ci vedo una mia zia un po’ larga di fianchi, identica e, forse, il mio ritratto tra pochi anni), dipinto con il colore della intenerita confidenza di un giovane nipote, rispettoso e divertito. 

Così il cugino magro e silenzioso, sempre presente alle riunioni di famiglia eppure sempre assente così appartato, dall’aspetto vagamente malaticcio, è quel termosifone in ghisa d’angolo accanto a una porta socchiusa. 

E la pianta – una dracena, verosimilmente – a guardia di un cantone nel corridoio d’ingresso che si apre su una specchiera, non è forse la eterna domestica fedele, pronta al richiamo appena dietro la parete?

In questa galleria di ritratti, dove le poltrone, le sedie (imbottite e tronfiette o di plastica e metallo, ardite e rivoluzionarie), i letti sono protagonisti muti e sornioni mi sembra di entrare nella vita di chi non ho conosciuto eppure mi è noto attraverso gli oggetti che rappresentavano la sua quotidianità.

E’ una casa borghese l’una, l’altra di artista forse squattrinato e comunque disinteressato all’aspetto consumistico, e stanno l’una e l’altra davanti a noi con la tenerezza rigorosa dell’arte di Del Giudice, per dirci cose che ci riguardano, che ci ricordano quello che è stato, il buono, forse non bello ma vero, di un tempo irripetibile.  

La storia di una casa che rivive grazie alla memoria, che non teme ruspe o demolizioni e rifacimenti, esiste una volta per tutte dentro le pennellate forti e sicure, di chi l’ha amata una volta e per sempre. 

Del Giudice all’ex opificio le tele della vita e dell’arte “tratto da Il Gazzettino di sabato 20 maggio 2023”

I vasti e luminosi spazi dell’ex Opificio di Villa dei Cedri a Valdobbiadene sono la cornice ideale per la grande mostra retrospettiva “GENIUS LOCI, dipinti di interni dal 1985”, dell’artista trevigiano Paolo del Giudice, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Valdobbiadene, aperta dal 20 maggio 2023 e prorogata fino all’8 ottobre..

Anche gli appassionati, che seguono da decenni il suo lavoro, hanno la sorpresa di scoprire molte opere inedite, soprattutto della fertile stagione tra seconda metà degli anni Ottanta e i primi Novanta. Momento fondamentale in cui l’artista ha rivolto lo sguardo dalla figura umana ai luoghi della vita, dell’arte e della memoria, una ricerca che lo vede coinvolto tutt’ora. E ha maturato al contempo un linguaggio pittorico di fluide pennellate, assolutamente originale e inconfondibile, che fa affiorare le immagini dalla superficie della tela pur in assenza di un disegno preciso. È la memoria visiva dello spettatore che completa l’opera e rende i soggetti perfettamente riconoscibili.

Scegliendo come filo conduttore l’ampia tematica degli interni, la rassegna ci fa entrare in mondi che spesso non esistono più e che tornano a nuova vita grazie alla pittura. In una dimensione poetica in cui si manifesta lo spirito dei luoghi, come suggerisce il titolo della mostra.
Le opere sono delle più varie dimensioni, dalle piccole tavolette alla grandi tele di tre metri e oltre.
L’allestimento è quello, da sempre amato dall’artista, di sospendere dall’alto nel vuoto parte dei dipinti, per farli dialogare tra loro e con gli ambienti dell’ex opificio, rinati grazie a un’attenta ristrutturazione, che ha saputo salvaguardarne l’anima e la storia.

Il percorso espositivo parte dall’ampio spazio del piano terra che ospita i temi dell’archeologia industriale: edifici dismessi che sembrano sul punto di dissolversi, composizioni casuali di fantasmi di macchinari, rottami, detriti e buche di fonderia che diventano nature morte vivificate dall’energia della materia, del colore e del gesto pittorico,
Nel buio ambiente del piano intermedio ci si immerge fisicamente nella pittura, vagando in un labirinto di tele medie e grandi, tutte sospese a tiranti. E si passa dai bar agli interni domestici, testimoni dell’intimità della vita privata, tutti d’altri tempi e rivissuti col filtro della memoria,
Note altissime si raggiungono nella sala al piano superiore, che raccoglie le tele dedicate agli ambienti sacri: due grandi interni gotici, altari, cappelle e chiaroscuri barocchi, scaffali di biblioteche, archivi e carte, custodi della memoria.
Infine, nel seminterrato, accompagnati dal fragore del salto del torrente che azionava i meccanismi dell’antica filanda, la sorpresa di scoprire dei soggetti legati all’acqua, come tre umili rubinetti portati alla solennità di un trittico.
Nella stessa sala un video per approfondire il lavoro e la poetica dell’artista.

Chi ha paura di Venezia? – Nico Stringa

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DAL CATALOGO “INSEGUIRE VENEZIA” 2017

Quante volte è stata pronosticata, sulla scia del racconto di Thomas Mann, anche la morte di Venezia? Non mancano, è vero, i segnali di deterioramento, anzi si accrescono i motivi di preoccupazione, di ansia e di allarme per le sorti della città “anadiomene”. Ma quando la paura per Venezia si è trasformata in paura di Venezia? Leggi tutto “Chi ha paura di Venezia? – Nico Stringa”

Paolo del Giudice: Venezia dentro – Pierpaolo Luderin

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DAL CATALOGO “INSEGUIRE VENEZIA” 2017

È una Venezia inusuale, insolita, che poco o quasi nulla concede al pittoresco, quella di Paolo Del Giudice. Nei suoi dipinti ci invita a una visita e a una visione attente e sensibili ai diversi angoli e aspetti della città, indugiando su chiese, case e palazzi, su rii, canali e ponti, su finestre e portoni magari semiaperti con uno sguardo assolutamente nuovo, come se fosse la prima volta, anche se la sua opera ci testimonia di un lungo rapporto con la città d’acqua e di pietra, fatto di “tentativi di immersione” come egli stesso conferma. Non è solo un rapporto con l’esterno della città. Quando e ove possibile l’artista penetra all’interno delle calli, dei campi, dei palazzi e soprattutto delle chiese, calandosi appieno nella storia, nell’architettura, nell’arte e persino nella sacralità dei diversi luoghi. Leggi tutto “Paolo del Giudice: Venezia dentro – Pierpaolo Luderin”

Memorie di carta – Paolo del Giudice

Un omaggio alla carta e al libro nell’epoca della memoria digitale.

Dal fascino delle grandiose biblioteche storiche italiane, agli obsoleti archivi cartacei, alla penombra delle librerie domestiche, fino alla leggerezza del foglio di carta, appunto o spartito musicale, carta e cartaccia sui marciapiedi e i luoghi abbando-nati, manifesto strappato sui muri delle periferie. Leggi tutto “Memorie di carta – Paolo del Giudice”

Con i poeti ci vuole leggerezza – Paolo del Giudice

Con i poeti ci vuole leggerezza. Così ho scritto a caldo pochi mesi fa sul retro di un quasi trasparente volto di Andrea Zanzotto, dipinto di getto e appena terminato.

Come una vena carsica la figura umana, ossessione monotematica della mia pittura fino ai primi anni ottanta, è ricomparsa, nel 1988, in alcuni volti di Pier Paolo Pasolini, all’interno di una rassegna di paesaggi urbani e relitti del mondo contemporaneo accompagnata da un mio breve testo significativamente intitolato Dedicato a Pasolini. Leggi tutto “Con i poeti ci vuole leggerezza – Paolo del Giudice”

Una città e il suo doppio – Gianfranco Bettin

…Le straordinarie navi di Del Giudice, immerse nel colore e nelle opalescenze di una bruma, o di un’alba incerta di fumi e vapori, sono sintesi dei magnifici antichi colori veneziani e delle tinte ribollite e a volte bruciate nei forni industriali nei giorni dominati dal respiro pesante e nebbioso del grande polo petrolchimico. Sono le navi dell’Arsenale e sono i carghi, i rimorchiatori, le bettoline e le petroliere. E sono anche i grandi camion, che proseguono su terra il percorso che viene dal mare. Leggi tutto “Una città e il suo doppio – Gianfranco Bettin”

Viaggio in Italia – Marco Lodoli

……Paolo Del Giudice è un pittore che ama e soffre la caducità dell’esistenza. Chi guarda i suoi quadri ha l’impressione di vedere apparire dal nulla le diverse forme naturali e artistiche, che mai si paralizzano in una certezza definitiva, in una consistenza invulnerabile, ma vibrando combattono il nulla che le avvolge. O meglio: queste immagini a volte più che affacciarsi dal vuoto, spesso paiono sul punto di svanire, hanno la malinconia di un saluto sulla banchina del tempo. Leggi tutto “Viaggio in Italia – Marco Lodoli”

Memorie visive come architetture dello spirito – Mario Guderzo

Avvicinarsi alla pittura di Paolo Del Giudice è come immergersi in una città in cui si è sollecitati da liquide sensazioni provocate dalle architetture che costituiscono parte della comune memoria. A rivedere le grandi tele, a volte assemblate a trittico, sembra quasi di ripercorrere la mappa di un territorio che teorizza in sequenza facciate di chiese e di palazzi ad interrompere le vie, ma che determina, secondo i modi di una fedeltà duratura, espressioni nuove, tese a superare il piano stesso della realtà. Leggi tutto “Memorie visive come architetture dello spirito – Mario Guderzo”